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Badlands 2026, quello che resta dopo il deserto

Badlands 2026, quello che resta dopo il deserto

Badlands è una di quelle gara che vuoi fare nel momento esatto in cui scopri che esiste. O almeno, così è stato per me. L’idea di pedalare su sterrati da sogno, in mezzo al deserto, mentre il sole tramonta tra le rocce è un richiamo troppo forte per resistere.

810 km e quasi 15000 metri di dislivello, che da Granada attraversano due deserti per salire a più di 2000 metri, scendere sul mare ad Almeria e tornare a Granada con una serie di lunghissime salite. Sono partito senza programmi, leggendo l'handbook di gara ma senza pianificare tappe. L’idea era di ascoltare il mio corpo e tentare di chiudere la faccenda in tre giorni, più o meno. Spoiler: ci ho messo una decina di ore in più. Tornassi indietro, mi preparerei meglio. Ma questo l'avrei capito solo sulla traccia.

La partenza è stata una bella festa! Con quel misto di tensione ed eccitazione che puoi quasi toccare, e che ti accomuna a 350 ciclisti da tutto il mondo che, come te, stanno per vivere un’esperienza unica.

Primo giorno

Il Garmin carica la traccia ma non la mappa. Sono senza navigatore. Lì per lì non ci faccio caso e seguo il gruppo nelle prime salite del parco naturale della Sierra de Huétor. Lo sterrato è scorrevole, il panorama pazzesco, a tratti verde, a tratti arido.

Mi ci è voluto un po’ a scoprire che mancava la mappa della Spagna. Ho pedalato tutto il giorno seguendo una linea azzurra su uno schermo bianco, interpretando svolte e cambi di direzione. A volte bene, a volte male. Dopo qualche tentativo inutile di risolvere il problema, ho deciso di attraversare il deserto di Gorafe e puntare dritto verso Gor, il primo checkpoint dopo 235 km e circa 3500 metri di dislivello.

Nel frattempo si è fatta sera. Ero preoccupato e ho iniziato a mandare vocali a casa in cerca di conforto. Sentire la voce delle persone che ami aiuta sempre. Così come aiuta attraversare paesaggi mozzafiato, illuminati da una delle lune più grandi e luminose che abbia mai visto Poi, più o meno all’una, finalmente Gor. L’atmosfera era incredibile. Bar e supermarket erano aperti H24 per due giorni di fila e l’incredibile gentilezza e disponibilità della gente del posto è stata una coccola più che apprezzata.

Al bar non c’era un computer, ma al supermarket sì. Ho collegato il Garmin: tempo previsto per l’aggiornamento, 3 ore. Troppo. L’ho lasciato lì e mi sono steso un po’, ma ero troppo agitato per dormire. Dopo meno di un’ora sono tornato a controllare: installazione completata.

Ho fatto la spesa e sono ripartito in piena notte. Mi aspettavano 100 km senza segno di civiltà, ma mi sentivo carico come chi si è appena tirato fuori da una situazione complicata.

Secondo giorno

Il resto della notte è filato liscio e in tarda mattinata ho raggiunto l’osservatorio di Calar Alto. Nella lunga discesa verso Velefique ho sentito i primi veri cenni di stanchezza, ma un bocadillo e una doccia mi hanno rigenerato.

Dopo pranzo sono ripartito verso il deserto di Tabernas. Faceva un caldo assurdo. Eppure, nonostante i 44°C, non potevo fare a meno di sentirmi fortunato. Era il mio compleanno ed ero esattamente dove volevo essere: nel deserto, in sella a una bici, nel momento più caldo, al massimo della sua potenza. Mi sentivo esaltato.

Fino a Tabernas è stato tutto così: caldo, meraviglia, eccitazione, gratitudine. Ma soprattutto caldo. Il mio stomaco mi ha fatto capire che era ora di diminuire gel e barrette, così mi sono fermato per del cibo vero e un breve power nap all’ombra del supermarket.

Poi sono ripartito verso il deserto dei film di Sergio Leone, quello vero: Badlands. Bellissimo, affascinante, maestoso, con le formazioni rocciose illuminate dal sole del tardo pomeriggio.

Avevo però capito di essermi fermato troppo e mi sono dato un obiettivo: raggiungere il mare ad Agua Amarga. Ho pedalato nella notte, tra nostalgia di casa, conigli e visioni, fino ad arrivare alle 2. Ho dormito qualche ora in riva al mare e sono ripartito prima dell’alba verso Almeria, convinto che da lì fosse praticamente fatta.

Terzo giorno

Ovviamente mi sbagliavo di grosso. Dopo una tappa al supermarket e uno spuntino sul lungomare sono ripartito da Almeria verso mezzogiorno. Mi aspettavano una serie di lunghe salite, a cominciare dalla Serra di Gàdor: 20 km con più o meno 1000 metri di dislivello. Le pendenze non sembravano proibitive, ma non avevo considerato il sole. 20 km senza un filo d’ombra, con 43/44°C e le mie riserve d’acqua che si stavano rapidamente esaurendo. Il bar di Enix sembrava un miraggio, ma per fortuna era realtà. Un altro bocadillo, diverse lattine, un pieno di acqua, e di nuovo sotto il sole verso la prossima salita.

Continuavo a pensare di essermi fermato troppo, ma il caldo era asfissiante e la fatica iniziava a farsi sentire. Sono arrivato a Íllar, CP3, verso l’ora di cena. Al bar La Piscina l’atmosfera era confortante, quasi di casa. Ho mangiato l’ennesimo bocadillo, il più buono di tutto Badlands, e sono ripartito col buio.

Da quel momento sono iniziati i problemi. Le gambe non giravano più e l’energia era finita. Verso mezzanotte mi sono fermato ai piedi dell’ennesima salita e ho dormito un paio d’ore. Per un po’ ha funzionato, ma dopo la discesa le gambe erano di nuovo vuote. Andavo avanti per inerzia, sempre più lentamente.

Quarto giorno

Il quarto giorno è stato il più difficile. Il dolore era più insistente e io volevo solo finire. Gli ultimi 150 km sono stati di gran lunga i più lenti e difficili della mia vita. Andavo avanti spinto solo dal pensiero di arrivare e quando finalmente ce l’ho fatta non sono riuscito a trattenermi dallo scoppiare a piangere. Non sono riuscito a realizzare subito cosa avevo appena fatto. Ero sfinito, provato e deluso per non aver centrato il mio obiettivo. L’ultracycling è tanto impegnativo per il corpo quanto per la mente e serve tempo per processare un’esperienza tanto intensa.

Mi ci è voluto qualche giorno per accettare che non tutto è andato come volevo, per capire che il bello di queste sfide, in fondo, è proprio questo: imparare. Imparare a gestire i problemi, gli imprevisti, la fatica, il dolore, le emozioni, le aspettative. Badlands è stata un’esperienza pazzesca, assurda, totalizzante, che mi ha regalato e insegnato tantissimo. E oggi, dopo circa un mese dall'esperienza, mi sento profondamente grato per aver avuto la possibilità di viverla.

Parole e fotografie di Matteo Grandi (Teo)

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