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Veneto Trail 2026 - Dalla pianura alle Dolomiti (e ritorno)

Veneto Trail 2026 - Dalla pianura alle Dolomiti (e ritorno)

Veneto Trail XI edizione – 19 giugno 2026 – Cittadella (PD)

Numeri alla mano: 466 km, 11.750 metri di dislivello, 5 giorni in sella, 3 checkpoint e un anello che parte e torna a Cittadella. Il Veneto Trail è un'avventura unsupported a tappa unica: niente assistenza, niente percorso segnato, solo una traccia GPS, la propria bici e tutto quello che ci sta sopra.

Per me e Maicol era la prima esperienza di bikepacking in sella a una MTB: insieme avevamo già pedalato il Marche Trail l'anno scorso e il Veneto Gravel in aprile, ma questa volta i sentieri delle Dolomiti chiedevano gomme più larghe e una forcella ammortizzata.

La mattina della partenza a Cittadella.

La vigilia

Arriviamo a Cittadella il giorno prima, giusto in tempo per ritirare il pacco gara e unirci alla cena con gli altri partecipanti. Tra una portata e l'altra conosciamo dei rider scozzesi: il bello di questi eventi è anche questo, ritrovarsi a tavola con gente arrivata da mezza Europa per pedalare sugli stessi sentieri.

Giorno 1 – Cittadella → Strigno (126 km / 2.950 m D+)

Ritrovo in centro a Cittadella e partenza collettiva alle 8:00. I primi chilometri sono pianura e polvere, tutti raggruppati, poi da Bassano del Grappa la strada punta verso l'alto e il gruppo comincia a sgranarsi su pendenze impegnative. Vedo già gente spingere a piedi e penso di aver fatto benissimo a montare la corona da 28 — anche se il mio meccanico Mattia mi ha preso in giro per settimane.

Fa molto caldo e ci fermiamo spesso per rifocillarci. Prima di Asiago ci becchiamo un temporale, ma con quell'afa siamo quasi felici di prendere un po' d'acqua. Ad Asiago pausa pranzo, poi si riparte con una salita impegnativa e sconnessa: si pedala tanto e qualche tratto si fa a piedi. I panorami iniziano a farsi seri e intanto conosciamo altri partecipanti (ciao Igor!). Qualche rifugio lungo la strada ci salva con la classica accoppiata Coca-Cola + qualcosa da mangiare.

Bagnati ma felici: pausa pranzo ad Asiago dopo il temporale.

Nella lunga discesa verso Tezze Valsugana, su un tratto di ghiaia smossa, metto male la ruota anteriore e finisco a terra. Fortunatamente non si rompe nulla, né sulla bici né su di me — solo un ginocchio sanguinante. Parte però l'allarme automatico del Garmin a mia moglie Roberta, che chiamo subito per rassicurarla prima che si immagini chissà cosa.

Con il ginocchio da medicare arriviamo, dopo una bella ciclabile, al Checkpoint 1 al Bicigrill di Castelnuovo. Radler dissetante, timbro, e deviazione verso Strigno dove ci aspettano un appartamento e una pizza al ristorante lì vicino.

Nota di viaggio: i distributori automatici delle farmacie vendono anche salviette disinfettanti.

I sentieri del primo giorno: qui la MTB si guadagna la pagnotta.

Giorno 2 – Strigno → San Martino di Castrozza (75 km / 2.980 m D+)

Il giorno 2 parte senza giri di parole: 21 km di salita e 1.600 metri di dislivello fino al Passo Cinque Croci. Si comincia su asfalto e si finisce su sterrato sconnesso. Io e Maicol saliamo ognuno col proprio passo — è il nostro metodo collaudato: ci si ritrova in cima per due risate, qualche battuta e le foto di rito.

Il Passo Cinque Croci, che non lascia dubbi sul proprio nome.

Discesa sterrata fino a Canal San Bovo, dove ci districhiamo tra macchine da rally — c'era una gara — e approdiamo nel primo pomeriggio in un baretto che come cibo ha da offrirci solo un toast. Va benissimo così: si mangia e si beve, perché un'altra salita ci aspetta.

La seconda salita di giornata alterna terreni di ogni tipo. A un certo punto inizia a grandinare e ci ripariamo sotto il tetto di un capanno aspettando che passi. Quando la pioggia cala si riparte, dritti verso un tratto di hike-a-bike: bici a spinta nel bosco. Sapevamo che ci sarebbe stato qualche punto così — faticoso, ma in mezzo agli alberi ha quasi il suo perché.

La fatica viene ripagata in cima: il Lago Calaita, con le Pale di San Martino sullo sfondo e il cielo ancora carico dopo la grandinata. Da qui inizia la discesa verso San Martino di Castrozza, e ci concediamo pure un pezzetto di uno dei sentieri del bike park — con le bici cariche, un discreto spasso.

Il Lago Calaita dopo la grandinata: la ricompensa della seconda salita.

A San Martino, sorpresa: un altro raduno di rally. Due su due. Arriviamo in hotel, leggermente fuori dal centro, e via con le solite pratiche: bucato, doccia, device in carica. Cena in hotel: ottimo!

Giorno 3 – San Martino di Castrozza → Canazei (58 km / 1.730 m D+)

Giorno corto, "di riposo" diciamo, ma con la più alta densità di panorami dell'intero giro. Ripartiamo da San Martino, breve sosta al market per il rifornimento cibo e — ovviamente — siamo subito in salita. Prima su asfalto con vista sulle Pale di San Martino, poi su strada gravel fino al Rifugio Baita Segantini: qui torta Sacher e pausa contemplativa davanti al Cimon della Pala. Ci sono posti dove fermarsi è un dovere.

Sacher panoramica.

Inizia poi una discesa spettacolare — e parecchio trafficata di pedoni e bici — nella Val Venegia, che ci porta dritti al Checkpoint 2 alla Malga Venegia. Timbro e avanti, giù fino al Lago di Paneveggio, da dove riparte la salita sterrata verso il Passo Lusia. Al rifugio del passo ci fermiamo per pranzo: un buon panino, sole pieno e vista che non stanca mai.

Val Venegia: qui si è pedalato pochissimo e fotografato tantissimo.

Pranzo al Passo Lusia, meteo perfetto.

Dopo pranzo scendiamo verso Moena, ma senza entrare in paese: si taglia a destra su uno strappetto spezza-gambe con punte al 24% — sia a salire che a scendere — seguito da una discesa tecnica su sentiero MTB. Poi il percorso si addolcisce: leggerissima salita lungo la Val di Fassa fino a Canazei, dove arriviamo verso le 16:00. Radler per festeggiare (a questo punto è ufficialmente il rituale del viaggio), sistemazione in appartamento, e poi fuori per un bell'aperitivo e una pizza.

La discesa tecnica dopo lo strappetto al 24%: benvenuti in Val di Fassa.

Giorno 4 – Canazei → Pedavena (122 km / 2.210 m D+)

Da Canazei si parte in salita, tutta asfaltata e con pendenze piacevoli: me la godo dal primo all'ultimo tornante, con le pareti del Sella che si avvicinano a ogni pedalata. Arrivo su, aspetto Maicol in un rifugio e intanto mi concedo una fetta di crostata.

Salita al passo Sella.

Da qui parte un singletrack molto panoramico, con tornantini stretti e una vista talmente bella che non so se guidare o fermarmi a fare foto. Scendiamo fino ad Arabba e torniamo subito in salita verso il Passo Campolongo, dove deviamo su una strada sterrata con vista sul Piz Boè: location da cartolina, e infatti qualche scatto a Maicol ci scappa.

Il dilemma del giorno 4: guidare o fotografare?

Sterrato del Campolongo. Da cartolina, appunto.

Prima della discesa, sosta panino in rifugio, poi giù: una lunga picchiata mista asfalto e sterrato che ci porta fino ad Alleghe, con la parete del Civetta a fare da sfondo al lago. Foto di rito e avanti fino ad Agordo, dove ci aspetta una salita breve ma molto impegnativa. Lungo la strada spuntano alcune statuette della Madonna e noi, stanchi come siamo, ci ridiamo sopra: un aiuto dall'alto a questo punto non si rifiuta.

Alleghe e il Civetta: uno sfondo che non richiede filtri.

A Rivamonte Agordino due chiacchiere con un anziano del posto, poi giù nella Valle del Mis: gallerie scavate nella roccia, il Lago del Mis da costeggiare, e infine la pianura. Si prosegue verso Feltre e poi Pedavena, dove decidiamo di fermarci per la notte. Sono le 19:15 circa e il nome del paese, per un ciclista affamato, promette bene.

Rivamonte Agordino

Intermezzo: la notte più movimentata (che non abbiamo sentito)

Dopo cena rientriamo al B&B e, mentre chiacchieriamo del più e del meno, salta la corrente. Fuori c'è il temporale, pensiamo sia questione di minuti. Invece arrivano i padroni di casa, torcia in mano e molto dispiaciuti: sono caduti dei pini proprio di fianco alla nostra camera, tranciando i cavi della luce. Noi non abbiamo sentito assolutamente nulla.

Finiamo di prepararci per la notte tra la luce dei cellulari e la loro torcia — con la visita del gatto di casa, incuriosito dal via vai — e ci addormentiamo. Durante la notte i tecnici dell'Enel ripristinano l'impianto esterno lavorando a pochi metri dalla nostra finestra, con tutto il rumore del caso. Al buongiorno la proprietaria, mortificata, è convinta che non abbiamo chiuso occhio. La verità? Io e Maicol abbiamo dormito della grossa, senza sentire niente. 

Quattro giorni di Dolomiti nelle gambe valgono più di qualsiasi sonnifero.

La mattina dopo: ecco cosa non abbiamo sentito.

Giorno 5 – Pedavena → Cittadella (84 km / 1.880 m D+)

Salutiamo e ringraziamo i proprietari di casa, nonostante le peripezie, e ci rimettiamo in pista. Dopo 20 km pianeggianti arriviamo ai piedi dell'ultima grande fatica: la salita del Monte Grappa. Prima però, caffè in un camping a ridosso del Lago di Corlo — le buone abitudini non si cambiano l'ultimo giorno.

La salita è di quelle da mettersi il cuore in pace: 20 km e oltre 1.500 metri di dislivello, quasi tutta off-road, con una velocità media da passeggiata. Per fortuna gran parte della prima metà è all'ombra e il caldo si sopporta. Solo verso il finale si tocca l'asfalto, ma l'ultimo tratto di sterrato è talmente sconnesso che in qualche punto metto giù il piede per superare gli ostacoli.

Gli ultimi prati prima della cima del Grappa.

In cima, timbro al Checkpoint 3 e pranzo al Rifugio Bassano aspettando Maicol. Quando arriva siamo felici: le salite sono ufficialmente finite. Sappiamo però che scendendo ci aspetta un gran caldo. Prima di partire, uno sguardo al Sacrario del Monte Grappa: un luogo che mette i brividi e rimette in prospettiva ogni fatica fatta in bici.

Il Sacrario del Grappa: qui la parola "fatica" cambia significato.

La discesa è lunghissima, circa 20 km tutti sterrati a tornantini: molto bella, ma ci costringe a fermarci più volte per rifiatare e far riprendere le mani. Una volta in pianura, il termometro non fa sconti: mancano pochi chilometri ma saranno sofferti. Attraversiamo diversi paesini, ultima sosta in un market per bere, poi ci facciamo coraggio e via, dritti fino a Cittadella.

All'arrivo i partecipanti giunti da poco ci accolgono con un applauso. Foto di rito da finisher, birra fresca e qualcosa da mangiare: il cerchio si chiude dove si era aperto cinque giorni prima.

Finisher Veneto TrailFinisher!

Tirando le somme

Anche a questo giro ce l'abbiamo fatta, ed è stato veramente bello: panorami da favola nel contesto delle Dolomiti, sentieri che ci hanno fatto capire perché serviva la MTB, e quella formula unsupported che trasforma ogni rifugio in una piccola vittoria.

Veneto Trail 2026: 466 km, 11.750 m D+, 5 giorni, 2 amici, 1 caduta, 3 timbri, innumerevoli radler.

Parole e fotografie di Marco Casadio (Mac)

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